Festival Internacional de Poesía de Medellín

Colombia



Lectura de Dacia Maraini en el ITM durante el 24 Festival de Poesía de Medellin


Por Dacia Maraini
Il corriere della sera

Cosa spinge 5.000 giovani a fare la coda per entrare in un anfiteatro ai margini della città di Medellin per ascoltare, seduti sulla dura pietra, i poeti di vari paesi che leggono le loro composizioni?

Che la poesia sia sempre più apprezzata quando viene letta a voce alta e’ noto, ma che siano in tanti ad accorrere,soprattutto giovani e giovanissimi, quasi fosse un  incontro di musica rock, rimane un mistero.  Provo a chiedere ai poeti che sono qui  per il festival, a cosa attribuiscano questa popolarità davvero immensa della poesia, in una città sepolta in mezzo alle foreste colombiane, sopra montagne alte quasi tremila metri. C'è chi mi parla di una antica tradizione di popoli contadini montanari  che davano alla parola detta a voce alta un significato magico e potente, molto vicina alla parola religiosa; c'e’ chi invece attribuisce questo amore a un popolo che esce da una esperienza di violenza e si affida alla parola poetica come la sola capace di contrastare le armi e gli orrori della guerra civile;  c'è ancora chi ci vede il bisogno collettivo di un sogno di pace; e chi lo interpreta come una dichiarata aspirazione a capire e conoscere il mondo per coloro che non hanno soldi per viaggiare e si incantano ad ascoltare l’indiano, il cinese, ma anche il francese e l’italiano, poeti  di oltreoceano venuti qui a raccontare in versi il loro malessere e le loro felicità.

Il direttore del festival ,Fernando Rendon, e’ un uomo dichiaratamente di sinistra,cosa che qualche anno fa lo avrebbe messo in pericolo di vita. Grande organizzatore, instancabile lavoratore, è sempre pieno di progetti grandiosi : " voglio creare una rete internazionale di poeti che si propongano di cambiare il mondo con la poesia. Abbiamo già cominciato. Ogni anno i nostri seguaci crescono. Siamo passati negli ultimi due anni da 1800 a 103.000 aderenti sparsi per la rete. Il pubblico in questi festival è protagonista. Noi abbiamo avuto l’enorme pretesa di educarlo alla poesia, ma sono loro alla fine che stanno educando noi.  Molti di questi poeti vengono da paesi in guerra. Superano enormi difficoltà per ottenere i permessi, viaggiano a zig zag tra i vari Stati, pur di raggiungerci.  Ma l’idea di una  grande trasformazione delle coscienze  basata sulla poesia, attira molto i giovani e noi ci crediamo.”

“E cosa chiedete ai poeti: di parlare di politica, di sporcarsi le mani, come diceva Sartre, di impegnarsi”?.  “No per niente. Ai poeti noi chiediamo di parlare di  quello che vogliono, ma usando le loro lingue di origine, diamo molta importanza alle lingue che sono state ferite e praticamente uccise dai dominatori del mondo.

La cosa straordinaria è che i poeti, anche quando parlano d’amore, e moltissimi nostri poeti parlano solo d’amore, propongono una visione del mondo nuova, invitano a una riflessione sul linguaggio, che risulta alla fine molto più emozionante ed educativa di una lezione di antropologia o di storia. “  Quindi l’educazione alla convivenza pacifica comincia con l’educazione del linguaggio? Si direbbe proprio di sì.

Qualche giorno dopo, incontrando gli studenti dell’università di Bogotà, mi sentirò dire le stesse cose: “La sparizione delle lingua non è un fatto naturale, ma un lento sterminio”, dice con serena decisione la professoressa Neila Pardo. “Ma gli scrittori”, le chiedo, “quando vogliono farsi leggere, come possono usare una lingua antica, che solo pochi praticano”? “Si tratta di coltivare le diversità, senza rinnegare le lingue forti che ci aiutano a comunicare col mondo. Ma guai se perdiamo i rapporti con le nostre lingue di origine”!  “ Sarebbe come se noi europei decidessimo di tornare a scrivere in latino”? chiedo provocatoriamente.  “IL latino era già una lingua dominante. Semmai in osco, in etrusco, in umbro. Vede, io sono una linguista e sono convinta che le lingue non muoiono  mai  di morte naturale, ma perché qualcuno le uccide. Di solito sono le culture dominanti che impongono, non solo la loro lingua - guardi  l’inglese-  ma anche la loro mentalità, i loro gusti, i loro modelli. “  “Anche la lingua spagnola che io e lei stiamo parlando oggi, ha fatto la stessa cosa”, controbatto per amore di polemica”. “ Infatti noi incoraggiamo la memoria delle lingue locali, anche quelle più lontane. Non è che vogliamo negare lo spagnolo, ma vogliamo che non ingoi tutto e ci lasci senza memoria linguistica “ .
   IN effetti molti dei poeti invitati ci raccontano il loro mondo con lingue sconosciute ai più, come Joy Haryo, una bella donna dai lunghi capelli neri e una mano tatuata con disegni antichi,  che vive negli Stati Uniti ma canta e scrive sia in inglese che in lingua Muskogee,  o come il peruviano Odi Gonzales che scrive sia in spagnolo che in lingua Quechua.

Ma la poesia può cambiare il mondo? si chiedono i poeti , un poco spaventati da un tale incarico. Un poco increduli, ma anche lusingati dall'attenzione quasi adorante di migliaia di giovani che si affollano per sentire le loro liriche. ” Se il poeta deve assumersi tutto il dolore del mondo/” , recita Liliana Ancalao, Argentina della popolazione Mapuche, “se il poeta deve assumersi  l’esilio e il regno della guerra/ sa che deve morire lontano dalla sua idea apollinea/, dal suo numero aureo/, dalla sua mistica geometrica./”   Una polemica contro la poesia classica? Contro il  pensiero eurocentrico?   “Io scrivo su una pagina di fumo/” incalza Amin Khan algerino, “Fra la strada  piana e l’orizzonte consumato/ c’è poco spazio/per il sentimento e la gioia/ io scrivo il canto/ dell’orda disperata”.

Quale peso, quale responsabilità dovrebbe assumersi  il poeta? Chiedo a Fredy Chikangana, poeta colombiano della nazione Janacona. Mi risponde che la assoluta gratuità della poesia, che non ha alcun fine, salvo la gioia di esistere, è ciò che la rende libera come nessun altra attività al mondo. “Gli uccelli, i pesci hanno un loro linguaggio, bisogna capire questo per rendersi conto della forza naturale della parola poetica.”    

Al piu antico e popolare festival dell’America latina sono presenti una settantina di poeti che vengono da tutto il mondo: Africa, India, Laos, Messico, Cile,Guatemala,Stati Uniti, Turchia. Alcuni sono riflessivi, seri, sobri. Altri sono esplosivi e recitano con tutto il corpo, come fa la straordinaria Gcina Mhlope, poetessa sudafricana, di origine Zulu, che con i suoi poemi (in inglese) entusiasma  le platee. Pochissimi gli europei. Quest'anno si è instaurato un particolare dialogo con i cinesi, che sono venuti numerosi per raccontare di se è del mondo.  Qualcuno osserva che le loro poesie parlano sopratutto d’amore, di giardini meravigliosi, di conquiste montane, ma mai di politica.  A me verrebbe di chiedere  loro cosa pensano delle scelte governative nei riguardi del Tibet, ma taccio  intimidita dal loro sorriso misterioso e distaccato. Ne parlo col direttore che mi risponde salomonico: "Forse da loro si discute poco, ma in compenso non esiste la povertà. Guardi invece nei paesi latino americani: il divario fra ricchi e poveri si fa sempre più drammatico. I poveri stanno ogni giorno peggio, ostaggi dei più ricchi e delle loro armi di ricatto."

Tema di discussione e' la Palestina . Proprio in questi giorni i quotidiani  e le televisioni raccontano con dovizia di particolari delle bombe israeliane su Gaza mostrando case distrutte, uomini che corrono tenendo in braccio bambini feriti a morte, donne insanguinate che si trascinano per terra.

“Ho provato a invitare poeti israeliani e poeti palestinesi ,ma gli israeliani hanno detto che se c'è un palestinese, non vengono. "  “ Ma se lo scopo della poesia e’ raggiungere la pace, non dovrebbero intellettuali israeliani e palestinesi , cercare di colloquiare dando un esempio di pace?”  " Noi  siamo per la Palestina, che in questa situazione e’ quella che soffre di più. Se Israele rinuncia ai territori occupati,  la pace si potra’ fare, altrimenti non credo che sia possibile. "

Un poeta Mopisè Pasqual, di Panama interloquisce a distanza, dolcemente,con una poesia enigmatica : ” Io temo una morte senza amore,/ tu temi di vedere nello specchio rotto la tua faccia fatta a pezzi,/ lui teme di farsi pietra in mezzo all’erba secca,/ noi temiamo di perdere una casa di cielo azzurino e terra nera,/  voi temete un temporale di solitudine e i suoi fulmini improvvisi,/ essi temono di perdere i loro  eterni schiavi.” E al mio sorriso interrogativo, mi risponde, con molta gentilezza, che gli enigmi sono i mattoni con cui i poeti costruiscono le loro case fantastiche.

Parlo con un poeta drammaturgo, Jorge Ivan Grisales, di Medellín, chiedendogli di questa pacificazione di cui tutti discutono e che a me pare di sentire come una liberazione in questa  città famosa per le sue violenze recenti. Mi risponde che la pacificazione in Colombia, con l’elezione del nuovo presidente Juan Emanuel Santos, c’ è ma è larvale, e riguarda solo le grandi città. “ In campagna è ancora un disastro. Sui campi, i paramilitari cacciano i contadini dalle loro terre, per piantare oppio. Se non riescono a cacciarli, li costringono a coltivare marijuana . E chi si oppone, rischia un colpo di fucile, o, come facevano al tempo di Uribe, gli tagliano la testa. Un corpo senza braccia o senza gambe può andare in cielo, può stare fra gli altri morti. Ma un corpo senza testa, dove va? E irriconoscibile anche nell'aldila'. Per questo sono così solerti nella decapitazione.  “Nessuna scrittura ci esime dal delitto/”,  recita a voce alta  Selnich Vivas, poeta colombiano che insegna all’università di Friburgo, “e’ seme delle decapitazioni./ Di buono grado o malvolentieri/ la poesia tossisce nella sua cuccia/. Ha la bocca cucita alla narice./ Un rumore ossuto irrigidisce i punti della sutura”. Sembra di osservare una di quelle maschere esposte  qui al museo di arte precolombiana, una di quelle facce dall’espressione inaccessibile, serenamente buia, che racconta un dolore indicibile.

La mia editrice, Lucia Donadío, di origine italiana, come dice il suo nome, mi  accompagna al Barrio Sierra, uno dei più alti della città, e con la storia più drammatica .  Lì faccio la conoscenza di un sacerdote siciliano, Carmelo Pristipino,  che da qualche anno sta portando avanti un lavoro straordinario in questo difficile quartiere.  Don Carmelo ha aperto una scuola per bambini della strada:  " ma è difficilissimo farli studiare, l'ambiente li rende estranei e distratti: faccio uno sforzo immane per fare loro aprire i libri,  la cultura del quartiere li cattura, li arruola ancora bambini promettendo soldi e autorità in cambio una totale dedizione alle bande. Solo pochi riescono a starne fuori e hanno un gran coraggio. Il flagello e’ la droga. Troppi ci guadagnano , troppi ci vivono, a  troppi  fa comodo che il commercio continui. Il paese si regge sulla produzione e l’esportazione di foglie e fiori di papavero da cui si estraggono l’oppio, la morfina e l’eroina.”

" E se si legalizzasse questo commercio di morte”? chiedo, consapevole della mia ingenuità  . Il luogo comune vuole che legalizzando la droga,  porterebbe la gente ad assumerne di più. Ma la storia ci insegna che non è così.  La legalizzazione della vendita dell’alcol, dopo i terribili episodi legati al proibizionismo, non ha portato più alcolismo di prima e la  malavita è stata battuta, i morti sono diminuiti e la gente è stata meglio.  “Sono molti, troppi a sostenere che la legalizzazione farebbe perdere lavoro e farebbe crollare  l’economia del paese”, risponde mesto don Carmelo, “anche se sappiamo benissimo che non è così”.  “Lei crede veramente che, se legalizzassero la droga, ci sarebbero molti più drogati in giro?”  “Io credo di no. Tutto quel lavorio di seduzione che fanno i grandi commercianti di droga per spingere i giovani a diventare clienti, scomparirebbe d’incanto. E  la diffusa criminalità legata allo spaccio finirebbe”. “Ma allora”? “Spesso è difficile capire ciò che è meglio per un paese “, mi risponde amareggiato. “Soprattutto quando chi ha le trombe in mano, ci soffia dentro con quanto fiato ha in gola”.

La macchina sale su per stradine tortuose e asfaltate da poco.  Negozietti, galline, scoli, buche, gradinate, moto che corrono veloci, grovigli di fili  appesi malamente a pali di cemento.  Gli autobus devono fermarsi e mettersi da un lato per fare passare un camion che sale. Un ragazzo coperto di bottiglie vuote tutte legate fra di loro, appare come uno strano drago ambulante iridescente. Una donna curva si trascina col bastone. Una bambina cammina a piedi scalzi.  Mosche e tafani. Eppure, nonostante la povertà, gli scoli all’aperto e i tetti di amianto,  il barrio appare pulito e le casupole appollaiate l’una sull’altra, le cui porte rimangono sempre aperte perché  danno su stanze senza finestre, rivelano all’occhio curioso ambienti  ben spazzati, forniti di un divano,  una tenda,  una grossa televisione, dei quadri con l’immagine della Madonna e di Gesù martirizzato.

Ma come è potuto accadere che la Colombia, conosciuto come uno dei luoghi più pericolosi , corrotti e anarchici del mondo, si stia trasformando, anche se con evidente fatica e molti ripensamenti e passi indietro,  in un paese responsabile e in parte, se non del tutto, attento alle leggi? La risposta, come mi suggerisce Lucia Donadio, editrice coraggiosa,  che è  affezionata alle sue origini mediterranee, ma ama il paese tropicale dalle alte vette in cui vive, sembra stia nei patti e nelle alleanze fra forze avverse, in una strategia comune di pace. Non c’è alternativa.

Avevo letto prima di partire storie terribili sui decenni passati . Due libri mi hanno colpito particolarmente, per la loro bellezza e sincerità: il libro di Hector Abad Faciolince che racconta un amore fatto di tenerezza, solidarietà, tolleranza e impegno, fra un padre medico che va dritto per la sua strada, incurante delle minacce di chi vuole imporre il suo potere criminale, e un figlio trepidante per le sorti della famiglia, in ammirazione di un padre giovane e attivo che verrà ucciso barbaramente per le sue idee . La storia di una famiglia che si intreccia con la storia di un paese alla ricerca di se stesso, e che vede la droga e i trafficanti di droga invadere le Istituzioni, imporre corruzione e violenza, sostituire ogni impegno con l’arbitrio e l’odio fra fratelli. Un paese ridotto a una guerra fra bande, in cui la opposizione ad un governo conservatore e poliziesco non riesce a uscire dalla logica della vendetta e dell’odio. Tutto si gioca intorno al controllo della droga, e come rimanerne fuori, anche se si combatte per il miglioramento della nazione?  Un libro scritto con sincerità e intelligenza, che consiglio a chi ha a cuore l’America latina , pubblicato in italiano da Einaudi col titolo “L’oblio che saremo”. Titolo preso da una frase di Borges.

L’altro è un piccolo libro di difficile lettura, perché riporta le testimonianze di giovani e meno giovani usciti dal carcere, dopo anni di dura prigionia, sia per delitti di droga, sia perché accusati di terrorismo da un regime che non guardava per il sottile. Il gergo che usano è chiuso e contratto. Il titolo del libro è  “No nacimos pas’semilla” , di Alonso Salazar J.   Racconta storie mostruose di ragazzi che crescono in ambienti di guerra continua, vengono costretti a uccidere e poi ne prendono il gusto, e  finiscono per cercare un ’occasione qualsiasi per imporre la morte, senza nemmeno un filo di ragione.   Altri, in un clima di corse frenetiche a chi si dimostra più spietato e urlante e rapido nel premere il grilletto e nell’affondare il coltello, impazziscono e si trasformano in perfetti automi, senza paura e senza pietà, nemmeno per se stessi. Tutti dipendenti da quella droga che pensano di dominare e controllare, ma di cui sono evidentemente e diabolicamente schiavi.   

“Se ci chiedono una parola,/  noi gliela diciamo, perché la parola corre pericolo senza parole,” Recita il poeta colombiano Selnich Vivas: “/Chiunque ci chieda una parola, noi gliela diciamo chiaramente,/come se questa parola fosse in realtà la parola delle parole;/ la pronunciamo perché vogliamo ritornare alla parola. / Lo facciamo perche non muoiano le parole./ La parola del ritorno è la parola piu pericolosa./ E noi torniamo indietro per proclamarla chiaramente./ Sì, la pronunciamo , sì, la pronunciamo la parola, sì/ e ritorniamo a casa/ perché non abbiamo piu paura delle parole. “

Forse è proprio vero, come dice Josephine Bacon, canadese di discendenza Innu, che la poesia è dotata di una forza misteriosa e armonica che dice qualcosa più di quanto dicano  l’economia, e le armi e la politica. Benchè ingenua, utopica, a volte anche criptica, parla ai sensi, oltre che all’intelligenza, cosa che spesso dimentichiamo di fare.

Publicado en septiembre 8 de 2014.

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